Il riso che attraversa la stanza d’analisi è un gesto enigmatico, quasi paradossale. La sua immediatezza corporea e la sua apparente leggerezza potrebbero farlo sembrare, a un primo sguardo, un fatto marginale, quasi accidentale, che si potrebbe persino ignorare. Eppure, ogni volta che irrompe in una seduta, rivela la sua potenza ambivalente: incrina la gravità della scena, spezza la continuità del discorso e, al tempo stesso, apre uno squarcio vitale dentro la densità del dolore. È scandaloso perché infrange il codice della serietà e della concentrazione che si suppongono alla base dell’analisi; ed è sorprendente perché restituisce la vita nella sua forma più semplice e incontrollata: un respiro che diventa suono, un atto che sfugge a ogni intenzione.
Freud lo aveva colto con lucidità, parlando del motto di spirito e del riso come di una scarica energetica: un risparmio psichico che permette all’inconscio di aggirare le censure e di manifestarsi in forme impreviste (Freud, 1905). In altri termini, ridere significa liberare energia trattenuta, aggirando le barriere difensive che frenano l’inconscio. Questa prospettiva resta illuminante, ma non esaurisce la complessità del fenomeno. Il riso, infatti, non è solo scarico: è linguaggio, relazione, corpo che prende parola quando la parola non riesce ancora a sostenersi. In analisi resta sempre sospeso sulla soglia: tra l’indicibile e il dicibile, tra l’angoscia e la tregua.
Può anche assumere la forma di un gesto di sopravvivenza, una regressione estrema che salva il soggetto dal collasso. Ferenczi aveva osservato come le risate improvvise dei pazienti traumatizzati non avessero nulla di comico, ma funzionassero piuttosto come un balbettio corporeo: un atto regressivo che permetteva di non soccombere all’angoscia (Ferenczi, 1932). Anche Dostoevskij, in pagine celebri, descrive il riso nel suo lato più inquietante: convulso, sinistro, vicino alla follia, segno di un dolore che non trova parole. In questi casi, la risata può essere regressiva e difensiva, un linguaggio minimo che “tappa un buco” laddove le parole non sono ancora disponibili. È un gesto fragile, spesso isolato, ma essenziale: trattiene il soggetto sull’orlo dell’abisso, impedendone la caduta.
Naturalmente, non tutte le risate sono di questo tipo. Alcune possono escludere, ferire, ridicolizzare; in questi casi diventano un ostacolo, non un sostegno. È questa ambivalenza che rende il riso così enigmatico in terapia. Tuttavia, vi sono anche risate che aprono, che liberano, che restituiscono autenticità al legame. Quando analista e paziente ridono insieme, si crea uno spazio nuovo, imprevisto, in cui la rigidità della cornice si incrina e l’asimmetria della relazione si attenua. È un territorio che può essere definito spazio potenziale: un luogo intermedio, sospeso tra interno ed esterno, dove diventa possibile giocare, sperimentare e soprattutto incontrare il vero Sé (Winnicott, 1971). Qui la risata si fa esperienza incarnata, un momento trasformativo che lascia un segno anche senza interpretazioni esplicite (Bollas, 1987).
Un episodio clinico può chiarire questa dinamica. Una donna sulla quarantina, mentre raccontava un episodio traumatico della sua adolescenza, si trovava in uno stato di forte tensione: le frasi si spezzavano e ogni ricordo la riportava indietro al dolore. Dopo un lungo silenzio, l’analista le disse con un sorriso lieve: «Se la vita fosse un romanzo, lei avrebbe tutto il diritto di scrivere a margine: “autore, qui hai davvero esagerato”.» Quelle parole, ironiche e al tempo stesso profonde, suscitarono in entrambe una risata fragorosa, quasi incongrua rispetto al contenuto del racconto. Non era il riso del sollievo leggero, ma un gesto vitale che incrinava la cornice cupa della vergogna. Per un attimo la stanza si trasformò: il dolore non scompariva, ma diventava condivisibile, respirabile.
Ridere in analisi significa allora riconoscere che non tutto può essere guarito o spiegato, ma che almeno lo si può condividere. Non è poco: vuol dire che la vita, con tutte le sue esagerazioni da cattivo romanziere, resta più testarda del dolore. In fondo, è l’inconscio a ridere di noi molto più spesso di quanto noi ridiamo di lui — ed è proprio questa ironia, fragile e imprevedibile, che ci tiene vivi.
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