Dalla paralisi alla trasformazione: esperienze somatiche nella risoluzione del trauma (1)

La vita è atroce, lo sappiamo. Ma proprio perché mi aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa immensa dei mali, degli insuccessi, dell’incuria e dell’orrore.

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

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Che cos’è che determina se l’esposizione a un evento (potenzialmente) traumatizzante avrà un effetto debilitante a lungo termine come avviene nel disturbo post-traumatico da stress? E in che modo la comprensione della dinamica della risposta di immobilità suggerisce soluzioni cliniche a questa domanda cruciale? 

Risposte evolutive alla minaccia

Il meccanismo di attacco e fuga (fight-or-flight response) è una reazione fisiologica che si manifesta nel momento in cui un organismo percepisce una minaccia immediata. La sua funzione primaria è quella di ottimizzare la sopravvivenza dell’individuo, preparandolo a reagire prontamente a pericoli imminenti. L’attivazione dell’amigdala, con il coinvolgimento della corteccia cingolata anteriore, produce una rapida partecipazione del sistema nervoso simpatico e endocrino. Questa attivazione genera una serie di cambiamenti fisiologici, tra cui l’aumento della frequenza cardiaca, la dilatazione delle pupille, l’incremento della pressione sanguigna, l’aumento del flusso di sangue ai muscoli scheletrici e il rilascio di ormoni come adrenalina e cortisolo. In tali condizioni, l’individuo risulterà in grado di mettere in atto la propria fuga o il proprio attacco difensivo. La popolarità delle due risposte, fuga o attacco, è dovuta in gran parte all’influenza dello studio realizzato negli anni venti da Walter B. Cannon sul sistema nervoso simpatico-surrenale. 

Oltre alle note reazioni dell’attacco o della fuga, ve n’è una terza, meno conosciuta ma non per questo meno frequente: l’immobilizzazione. Secondo le ricerche più recenti in ambito etologico e fisiologico, l’alternativa attacco-o-fuga potrebbe essere aggiornata e sostituita con l’acronimo “AFFFF” (Arrest, Flight, Fight, Freeze, Fold): vale a dire, Arresto (aumento della vigilanza, esame dell’ambiente), Fuga (iniziale tentativo di fuga), Attacco (se all’animale o alla persona è impedita la fuga), Congelamento (terrore: essere paralizzati dalla paura) e Ripiegamento (sprofondare in uno stato di impotenza). Le risposte di congelamento e ripiegamento sono sostanzialmente differenti. Nel congelamento, infatti, i muscoli si irrigidiscono per resistere a un colpo potenzialmente mortale e l’individuo rimane ‘paralizzato dalla paura’. D’altra parte, nel momento in cui ci accorgiamo che la morte è inequivocabilmente imminente, i nostri muscoli collassano come se avessero perduto tutta la loro energia. L’insieme di collasso, sconfitta e profonda rassegnazione costituiscono il nucleo profondo del trauma. 

Ciclo paura-immobilità

Un attento studio condotto da Gordon Gallup e Jack D. Maser affronta la questione di come la risposta di immobilità, che normalmente ha durata limitata, in certi casi si prolunghi nel tempo e possa risultare permanente. Hanno dimostrato come, nel momento in cui un animale viene contemporaneamente esposto alla paura e bloccato nel movimento, il periodo di immobilità successivo alla cessazione della costrizione fisica aumenti sensibilmente. Il trauma, dunque, insorge nel momento in cui le risposte umane di immobilità non si sciolgono, vale a dire quando la persona non riesce a tornare alla vita normale e la reazione di immobilità si associa in modo cronico alla paura e ad altre emozioni intense e negative come terrore, repulsione e senso di impotenza. Una volta stabilita tale associazione, le sensazioni fisiche di immobilità suscitano esse stesse paura. Un soggetto traumatizzato si è autocondizionato a temere le proprie sensazioni fisiche interne, che producono ora una paura che, a sua volta, amplifica e approfondisce (potenzia) la paralisi. La paura genera paralisi e la paura delle sensazioni di paralisi produce ancora ulteriore paura, che a sua volta porta ad una paralisi ancora più profonda. In questi termini, una reazione adattativa, che dovrebbe avere una durata limitata, diviene cronica e disadattativa. 

Da qui, sotto l’impulso dello psicotraumatologo Peter. A. Levine, nasce un modello di terapia del trauma che separi la paura e altri forti affetti negativi dalla risposta di immobilità biologica. Separare le due componenti interrompe quel circuito a feedback che si avvolge su se stesso e nella cui spirale nasce il vortice del trauma. 

I ‘morti viventi’ in una spirale di vergogna, autocritica e rabbia

Nelle culture moderne vi è la tendenza a giudicare l’immobilizzazione e la dissociazione che si manifestano di fronte a una minaccia soverchiante come una debolezza equivalente alla codardia. Insieme, vergogna e trauma si intrecciano in modo particolarmente aggrovigliato. 

Quando nel corso della terapia le persone rivivono l’immobilità vissuta, l’attraversano e poi ne escono, spesso sperimentano esplosioni di intensa rabbia o furore, ma, temendo di poter davvero far male ad altri (o a se stessi) esercitano uno sforzo enorme per deviare o reprimere queste emozioni, quasi prima ancora di provarle. Quando si è inondati dalla rabbia, le regioni frontali del cervello ‘si sbloccano’ e a causa di questo squilibrio si perde la capacità di prendere le distanze e osservare le proprie emozioni; anzi, si diventa quelle emozioni. Di conseguenza, la rabbia può diventare del tutto incontrollabile, spingendo la persona a soffocare i propri impulsi primitivi: questi vengono allora rivolti verso l’interno, impedendo così una naturale uscita dalla reazione di immobilità. Ogni volta che cominciano a uscire dall’immobilità, gli individui traumatizzati spaventano di nuovo loro stessi e l’immobilità potenziata viene mantenuta dall’interno. Un’altra conseguenza dell’immobilizzazione ripetitiva indotta dalla paura è la morte. Se è vero che pochi esseri umani muoiono per paura, gli individui cronicamente traumatizzati fingono di vivere, senza sentirsi né vivi né coinvolti nella vita. 

La riprovazione e l’odio di sé sono fenomeni comuni tra le vittime di molestie e stupro: si giudicano aspramente per non aver opposto resistenza, anche nei casi in cui, se avessero lottato, avrebbero potuto mettere a repentaglio la loro stessa sopravvivenza. Tuttavia, l’esperienza della paralisi e il giudizio critico circa la propria presunta ‘debolezza’ e la propria impotenza sono entrambi componenti comuni del trauma. Inoltre, più la vittima è giovane, immatura dal punto di vista evolutivo o con uno stile di attaccamento insicuro, più è probabile che reagirà alla minaccia e al pericolo paralizzandosi, anziché lottando attivamente. Un individuo che non abbia sviluppato un solido legame di attaccamento alla madre o al caregiver e che quindi manchi di una base sicura, risulta assai più vulnerabile alla vittimizzazione e al trauma e ha maggiori probabilità di andare incontro ai sintomi della vergogna, della dissociazione e della depressione.

Peter A. Levine sostiene che “la strategia più potente per resistere alla manovra difensiva dell’evitamento consiste nell’andare incontro alla paura, prendere contatto con l’immobilità stessa ed esplorare coscientemente la varietà di sensazioni, percezioni tattili-meccaniche, immagini e pensieri associati al disagio che può insorgere”. Per farlo, è necessario che il terapeuta crei un ambiente relativamente sicuro, ponendosi come un “centro calmo, con rilassata vigilanza, capacità di contenimento compassionevole e tangibile pazienza.” Solo così l’angoscia sperimentata dal proprio paziente potrà calare.  

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From Paralysis to Transformation: Somatic Experiencing in Trauma Resolution (1)

What determines whether exposure to a (potentially) traumatic event will have a debilitating long-term effect, as seen in post-traumatic stress disorder? And how does understanding the dynamics of the immobilization response suggest clinical solutions to this crucial question?

Evolutionary responses to threat

The fight-or-flight mechanism is a physiological reaction that occurs when an organism perceives an immediate threat. Its primary function is to optimize the individual’s survival by preparing them to respond quickly to imminent danger. The activation of the amygdala, with involvement of the anterior cingulate cortex, triggers a rapid engagement of the sympathetic nervous system and endocrine system. This activation results in a series of physiological changes, including an increase in heart rate, dilation of the pupils, higher blood pressure, increased blood flow to the skeletal muscles, and the release of hormones like adrenaline and cortisol. In these conditions, the individual is prepared to either flee or fight defensively. The popularity of the two responses, flight or fight, is largely due to the influence of Walter B. Cannon’s studies in the 1920s on the sympathetic-adrenal system.

In addition to the well-known fight or flight reactions, there is a third, less recognized, but equally frequent response: immobilization. According to recent research in ethology and physiology, the traditional fight-or-flight response may be updated and replaced with the acronym “AFFFF” (Arrest, Flight, Fight, Freeze, Fold): that is, Arrest (increased alertness, environmental scanning), Flight (initial attempt to flee), Fight (when escape is impossible), Freezing (terror: being paralyzed by fear), and Folding (sinking into a state of helplessness). The responses of freezing and folding are fundamentally different. In freezing, the muscles stiffen to resist a potentially fatal blow, and the individual remains ‘paralyzed by fear’. On the other hand, when we realize that death is unequivocally imminent, our muscles collapse as if they have lost all energy. The combination of collapse, defeat, and profound resignation forms the deep core of trauma.

Fear-immobilization cycle

A detailed study conducted by Gordon Gallup and Jack D. Maser addresses the issue of how the immobilization response, which typically has a limited duration, can, in certain cases, be prolonged and become permanent. They demonstrated that when an animal is simultaneously exposed to fear and physically immobilized, the period of immobilization after the cessation of physical restraint is significantly extended. Trauma, therefore, occurs when human immobilization responses do not dissipate, meaning that the person fails to return to normal life and the immobilization response becomes chronically associated with fear and other intense negative emotions, such as terror, revulsion and helplessness. Once this association is established, the physical sensations of immobilization themselves elicit fear. A traumatized individual has conditioned themselves to fear their own internal physical sensations, which now generate fear that, in turn, amplifies and deepens (intensifies) the paralysis. Fear induces paralysis, and the fear of the sensations of paralysis produces further fear, which leads to even deeper paralysis. In this way, an adaptive response, which should have a limited duration, becomes chronic and maladaptive.

Thus, under the guidance of trauma specialist Peter A. Levine, a model of trauma therapy emerged that separates fear and other intense negative affects from the biological immobilization response. By separating these two components, the self-reinforcing feedback loop is interrupted, preventing the spiral that sustains the vortex of trauma.

The ‘living dead’ in a spiral of shame, self-criticism and anger

In modern cultures, there is a tendency to judge the immobilization and dissociation that manifest in the face of overwhelming threat as a weakness equivalent to cowardice. Shame and trauma become particularly intertwined in this context.
When, during therapy, individuals re-live the immobilization they experienced, move through it, and then emerge from it, they often experience explosive outbursts of intense anger or fury. However, fearing that they may genuinely harm others (or themselves), they exert tremendous effort to divert or suppress these emotions, almost before they even have a chance to feel them. When flooded by anger, the frontal regions of the brain “unblock”, and due to this imbalance, the ability to distance oneself and observe one’s emotions is lost; in fact, the individual becomes those emotions. As a result, anger can become entirely uncontrollable, pushing the individual to suppress their primal impulses. These impulses are then directed inward, thus preventing a natural exit from the immobilization response. Every time traumatized individuals begin to emerge from immobilization, they frighten themselves again, and the amplified immobilization is maintained internally.
Another consequence of repetitive fear-induced immobilization is death. While it is true that few humans die from fear, chronically traumatized individuals live as though they are dead, feeling neither alive nor engaged with life.

Self-reproach and self-hatred are common phenomena among victims of molestation and rape. They harshly judge themselves for not resisting, even in cases where, had they fought, they could have endangered their own survival. However, the experience of paralysis and the critical judgment of one’s supposed “weakness” and powerlessness are both common components of trauma. Moreover, the younger, more developmentally immature, or more insecurely attached the victim, the more likely they are to respond to threat and danger by freezing, rather than actively fighting. An individual who has not developed a secure attachment to their mother or caregiver, and thus lacks a secure base, is much more vulnerable to victimization and trauma, and more likely to experience symptoms of shame, dissociation and depression.

Peter A. Levine suggests that the most powerful strategy for resisting the defensive maneuver of avoidance is to approach fear, make contact with the immobilization itself, and consciously explore the variety of sensations, tactile-mechanical perceptions, images, and thoughts associated with the discomfort that may arise. To do this, the therapist must create a relatively safe environment, positioning themselves as a “calm center, with relaxed vigilance, compassionate containment, and tangible patience.” Only then can the anguish experienced by the patient begin to diminish.

Bibliografia

Cannon, W. B. (1929), Bodily Changes in Pain, Hunger, Fear and Rage: An Account of Recent Research Into the Function of Emotional Excitement, Appleton-Century-Crofts. 

Levine, P. A. (2010), Somatic Experiencing. Esperienze somatiche nella risoluzione del trauma, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma 2014 

Gallup, G. G. e Maser, J. (1977), “Tonic Immobility: Evolutionary Underpinnings of Human Catalepsy and Catatonia”, in J. D. Maser e M. F. P. Seligman (a cura di), Psychopathology: Experimental Models, Freeman, San Francisco. 

van der Kolk, B. A., McFarlane, A. e Weisaeth, L. (a cura di) (1996), Stress traumatico: gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili, Magi, Roma 2005.

Suarez S. D. e Gallup, G. G. (1979), “Tonic Immobility as a Response to Rape in Humans: a Theoretical Note”, The Psychology Record, 2, pp. 315-20. 

Finn, R. (2003), “Paralysis Common Among Victims of Sexual Assault”, Clinical Psychiatry News

Solomon, M. e Siegel, D. (a cura di) (2003), Healing Trauma: Attachment, Mind, Body and Brain, W. W. Norton & Company, New York. 

Herman, J. L. (1997), Guarire dal traumaAffrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo, Magi, Roma 2005. 

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